Un tempio della cucina genovese la Trattoria delle Grazie. Un unico appunto: non si può tentare la gola degli avventori in questo modo, proponendo ad ogni angolo del simpatico menù, “grezzo” il giusto perché “semmu a Zena”, scorci di ottima cucina. In questo modo ci si alza da tavola pensando che il detto “ogni lasciata è persa” è di drammatica, gastronomica attualità. Si sa già che si dovrà tornare, ancora prima di aver messo il primo boccone in bocca. Qui si fa tradizione…Signori.
E ci sono le “lattughe ripiene” ma non in relazione gastronomicamente incestuosa con il brodo, ma asciutte e grondanti di sapori all’interno dell’involucro onorato di una generosa porzione di sugo. Procediamo con un minestrone realizzato secondo canonica maniera, assenza di pasta scelta importante premiata e premiabile come tutte le scelte. Il risultato è buono: viene realizzato in versione antico estiva quindi in assenza di sapori forzati dal necessario soffritto. Saremo curiosi di assaggiarlo in stagione poco propizia.
Qui c’è mano notevole. Esce a 7 euro ed è un prezzo commercialmente interessante. Bravi: che dire! Lode al Cappon Magro che è la nostra scelte ulteriore. E’ realizzato in forma grezza, ragione ci direbbe di affermare “Alla brutto…”. Topico nella sua eccellenza: pensato e realizzato in modo verticale con consequenziale linearità rispetto all’esperienza palatale. A mio avviso qui si fa cucina genovese in modo eccellente. Abbiamo completato il nostro percorso degustativo aiutati nel viaggio da una Granaccia, che è un omaggio al territorio e all’Alicante su cui insiste. Rimettiamo alla foto le spiegazioni in itinere esimendoci da noiose lezioni.
Andateci alla Trattoria delle Grazie, che è sempre meglio di quello che si può scrivere. Il locale è molto bello e particolare con un mix di moderno in plexiglass e un mattonato molto “zeneize”. Esiste anche una “bar” conviviale: ma se ne avete per l’anima di parlare potete anche non farlo. Il servizio è cortese ed efficace e i prezzi sono buoni. Siamo o non siamo a Zena?
Condividi:
- Invia un link a un amico via e-mail (Si apre in una nuova finestra) E-mail
- Stampa (Si apre in una nuova finestra) Stampa
- Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
- Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
- Condividi su LinkedIn (Si apre in una nuova finestra) LinkedIn
- Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
- Condividi su Pinterest (Si apre in una nuova finestra) Pinterest

E ci sono le “lattughe ripiene” ma non in relazione gastronomicamente incestuosa con il brodo, ma asciutte e grondanti di sapori all’interno dell’involucro onorato di una generosa porzione di sugo. Procediamo con un minestrone realizzato secondo canonica maniera, assenza di pasta scelta importante premiata e premiabile come tutte le scelte. Il risultato è buono: viene realizzato in versione antico estiva quindi in assenza di sapori forzati dal necessario soffritto. Saremo curiosi di assaggiarlo in stagione poco propizia.
Qui c’è mano notevole. Esce a 7 euro ed è un prezzo commercialmente interessante. Bravi: che dire! Lode al Cappon Magro che è la nostra scelte ulteriore. E’ realizzato in forma grezza, ragione ci direbbe di affermare “Alla brutto…”. Topico nella sua eccellenza: pensato e realizzato in modo verticale con consequenziale linearità rispetto all’esperienza palatale. A mio avviso qui si fa cucina genovese in modo eccellente. Abbiamo completato il nostro percorso degustativo aiutati nel viaggio da una Granaccia, che è un omaggio al territorio e all’Alicante su cui insiste. Rimettiamo alla foto le spiegazioni in itinere esimendoci da noiose lezioni.






Devi effettuare l'accesso per postare un commento.