Una volta, a Roma, mi fermai a discutere con una persona di alta specializzazione ingegneristica che aveva girato il mondo ed era passata , fra le sue varie tappe, dalla Liguria. Gli parlai della bontà dei vini di Marino e dei Sette Colli, ma subito mi stoppò brutalmente.
“Non prendermi in giro. Conosco perfettamente la Liguria e so qual è il più buon vino del mondo: il Rossese di Dolceacqua.”
Ho avuto a più riprese la conferma di questo giudizio, in più occasioni, da più persone di diversa estrazione e provenienza geografica. Eppure, il Rossese di Dolceacqua, non è un mono vitigno. Si produce in piccole quantità mischiando il vitigno Rossese Nero al vermentino e ad altri uvaggi locali. Una produzione difficile e colma di incognite, tutta svolta su delicati terrazzamenti contenuti da muretti a secco. Inoltre, è un vino complesso, di alta gradazione alcoolica, dai sentori floreali privi di inibizioni, tanto complesso da variare (cosa questa unica nel patrimonio enologico italiano) da produttore a produttore. Qual’ è la molla che rende così speciale tutto ciò che viene creato in questa striscia di terra fra mare e cielo. Forse proprio la difficoltà , da parte del turismo di massa, nel corso dei secoli, di raggiungere questo lembo di terra.
Nel Ponente, passarono i romani con le loro vie carrabili, ma ci volle Napoleone, perché si avesse una via a mare che congiungesse la Liguria alla Francia. Meno male.
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