Li vedevi ad ogni angolo, non tanti anni fa, i venditori di pateca, con i loro visi rubicondi e la dubbia pulizia dei loro frigoriferi appannati.
Ad ogni angolo della strada tavolini e sedie per un rinfrescante assaggio di questo frutto originario dell’Africa tropicale. Da giugno a settembre inoltrato la città di Genova offriva queste oasi, spesso messe su un semplice marciapiede, in mezzo al traffico. Poi vennero stringenti norme sanitarie e i venditori di pateche sparirono. Un modo dialettale, quello di pateca, per definire l’anguria che probabilmente deriva dal francese pastèque. Questo, a sua volta deriverebbe dal portoghese pateca e a sua volta dall’arabo. Da non confondere con il cocomero, che in genovese è il cetriolo. Chi gustava la pateca alla fine o come antipasto non poteva esimersi dal fare una buona scorta di lupini, sempre presenti nei frigoriferi dei patecari. E che dire delle fontanelle a piani con il ricircolo dell’acqua che lambiva pezzi di cocco freschissimi, a volte tratti direttamente da secchi di acqua ghiacciata. Un’apoteosi del fresco.
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