“Il mio gioco preferito era quello delle grette, i vecchi tappi a corona che io e gli altri bambini chiamavamo così perché li collezionavamo dalla bottiglie di Agretta, una bevanda popolare negli anni ’20. Vivevo con la mia famiglia in un vicolo che non esiste più. Nei pressi di piazza delle Erbe, dove c’era un pozzo nel quale andavamo a prendere l’acqua fredda con un secchio di stagno. Serviva per mettere in fresco il vino e la preziosa bottiglia di spuma che alla fine del pasto dava in famiglia – chissà perché – l’idea di concludere in crescendo, in modo frizzante la cena, il più delle volte misera. Allora, ricordo ancora, si comprava con il libretto.
Era un quaderno in cui papà annotava tutti i debiti verso i negozianti del nostro sestiere, il Molo, nel quale vivevamo. Il lattaio, il verduriere, ma la “mazzata” ce la dava sempre “o maxella” (il macellaio). Da lui, peraltro, ci recavamo solo una volta a settimana quando andava bene. Appena papà riceveva la paga di ligaballe, solitamente ogni due settimane, il giorno dopo i soldi erano già finiti. Ma noi scuotevamo le spalle, correvamo per strade senza automobili. Riprendevamo a giocare con le preziose grette e, quando ci stancavamo di quelle, facevamo le battaglie nei vicoli con le cacciaprie (le fionde)”.
Ricordi di Baciccia.
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