Gianni D'Amato Tornare da dove si è partiti, quando non resta un desiderio diventa un sogno realizzato. E’ il caso di Gianni D’Amato, nativo della vicina Aula, approdato alla spezzina Tellaro. Lo ha fatto dopo i fasti della Locanda il Rigoletto e 2 stelle Michelin. Lo ha fatto con entusiasmo e ambizione, insieme alla moglie Fulvia e al figlio Federico, Gianni dà il via a questa nuova avventura mantenendo grande tecnica e costante impegno nella ricerca delle materie prime: così, a quasi 25 anni dall’inizio della sua carriera, è di nuovo pronto a sorprendere ospiti e clienti. Il suo ritorno sancisce un importante momento per tutto il panorama culinario italiano che gli ha sempre riconosciuto una maestria di cui fare tesoro.

Gianni D'Amato“La cucina mi appartiene, è dentro di me, già da bambino ricordo quando il nonno cucinava e si sentivano i profumi giù dalle scale, questo è un ricordo che porterò conme per sempre” ha dichiarato in più di una circostanza. Il ristorante di Gianni D’Amato è a Tellaro, uno dei sette borghi più belli d’Italia, nella cornice del Golfo dei Poeti, ancora Liguria ma quasi Toscana e borgo preferito da sempre per Mario Soldati. La scelta di rilevare la storica locanda Miranda è la risposta al desiderio di ripartire senza metter da parte la storia: “Cercavamo un locale che potesse essere come una bella casa, non volevamo avere un posto qualunque, ma uno con molta personalità. Vissuto”. L’ambiente è elegante ma non sfarzoso.
la location è nel parco dietro alla villa, in un brulichio di luci soffuse, candele accese sui tavoli, lampade antiche disposte tra le piante.
Nel costante impegno di personalizzare un locale storico senza snaturarlo si procede un passo alla volta, a partire dall’imbiancare pareti e trovare un posto d’onore alle mucche, che troneggiano sulle tavole a ricordare il Rigoletto.
Fulvia è la regina della sala e dirige con esperienza lo staff di validi
collaboratori che si occupano del servizio.
“L’accoglienza non si inventa, devi averla dentro, spontanea, caratteriale, una cosa dell’anima”

“Chiamatemi cuoco o chef, per me è lo stesso. Tanto più che da bambino,
quando guardavo mio nonno che cucinava e mi spiegava il perché delle sue scelte, pensavo che io volevo diventare cuoco, non certo chef. Questo mestiere era il mio destino. Altrimenti, sarei stato un artista. Sono due cose diverse. Lo chef è un artigiano, trasforma la materia. Io, però, sono anche un creativo e quindi non facile da gestire. Ma a me va bene così. Faccio ricette personali, rivolte al territorio ma non solo. Il piatto deve arrivare come un fulmine, non bisogna pensarci troppo. E un piatto nasce se mi stimola qualcosa che vedo, un’opera d’arte, un paesaggio… da lì posso creare. L’importante è conoscere il proprio mestiere, aver visto tante cose, avere familiarità con molti ingredienti, con i loro sapori e profumi”. Promette di proseguire in modo eccellente, con un accento sulla ricerca, anche suo figlio Federico. Avere Gianni come insegnante d’eccezione rappresenta un privilegio per la sua crescita professionale. Ora in carta si intersecano creazioni di padre e figlio, in un connubio trapiatti storici, grandi classici di Gianni e innovazioni.

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