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Biscotti al Plasmon le scatole raccontate da Mauro Salucci

Normalmente la funzione delle scatole di biscotti al Plasmon era quella di raccolta dei ferri per la maglia o per l’uncinetto. La necessità di aumentare la redditività dei prodotti alimentari, di ridurne il costo, di fare un’azione naturalmente compatibile con i rifiuti fece sparire questo tipo di confezioni. Ma ancora  oggi qualcuno le custodisce gelosamente nella propria casa. Un cimelio dei bei tempi passati, del benessere e del sogno italiano. biscotti al PlasmonAll’inizio del ventesimo secolo tedeschi e inglesi, al termine di ricerche scientifiche in ambito nutrizionale, lanciarono nel mondo il prodotto Plasmon. Prodotto  che, i biscotti al Plasmon, che negli anni ’30 venne acquisito dagli italiani che apprezzarono moltissimo nelle loro case il consumo di questo marchio. Marchio  che ebbe in seguito grande successo con gli omogeneizzati. Tralasciandone la effettiva validità proteica, i biscotti ebbero grande successo nel nostro Paese. Giova ricordare   che ancora oggi solo in Italia, a differenza del resto d’Europa, per la prima colazione si consumano biscotti. Fu questa l’intuizione che portò Marchese, l’inventore della SAIWA, ad aprire una piccola azienda in via Galata, nel sestiere di San Vincenzo, una delle prime del settore nel Paese. Fino al 1920, quando la società esplose commercialmente in modo definitivo, venne cambiata la sede che si spostò in Corso Giulio Cesare (dopo il 1945 in Corso Gastaldi). Per dare un nome alla società venne scomodato Gabriele D’Annunzio. Il Vate  coniò la ragione sociale “S.A.I.W.A.” (Società Accomandita Industria Wafer e Affini). Fu la prima azienda in Italia di biscotti confezionali. Poi,  negli anni ’60, sotto la gestione di Nabisco, colosso statunitense, delocalizzò la produzione in stabilimenti fuori Genova.

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