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Cenacolo di Leonardo idea da ristoratore

Leonardo da Vinci (1452-1519), nato in Toscana, ad Archiano, nei pressi di Vinci, fu, oltre che un grande artista, uno scienziato che studiò tutto lo scibile umano. In particolare si interessò anche di cucina, in modo piuttosto approfondito: mentre era alla bottega del Verrocchio (tra il 1472 e il 1478) la sera (studente-lavoratore !) andava a guadagnarsi il pane come garzone alla Taverna delle Tre Lumache sul Ponte Vecchio a Firenze. In seguito a una lite fra bande fiorentine rivali, la taverna prende fuoco e Leonardo si mise in società con l’amico e grande pittore Sandro Botticelli aprendo la Taverna delle Tre Rane. Qui Leonardo trovò la palestra perfetta per il ruolo di Gran Maestro di feste e banchetti alla corte degli Sforza di Milano per più di trent’anni. La sua insaziabile curiosità lo portò a studiare invenzioni di girarrosti, cavatappi, trita aglio e altre diavolerie per la cucina di cui ci restano accurati e accattivanti disegni tecnici. La sua creatività senza limiti continuò il suo cammino in una delle opere più ammirate da turisti di tutto il mondo, proprio dedicata ad una cena, l’Ultima Cena: IL CENACOLO; un dipinto parietale ottenuto con una tecnica mista a secco su intonaco (460×880 cm) di Leonardo da Vinci, databile al 1494-1498 e realizzato su commissione di Ludovico il Moro nel refettorio del convento adiacente al santuario di Santa Maria delle Grazie a Milano. Croce dei restauratori, quest’opera stesa su parete venne realizzata da Leonardo con la tecnica tradizionale della pittura su tavola anziché con la tecnica dell’affresco, che prevede la stesura dei colori sull’intonaco ancora fresco. Leonardo era un analitico, la fretta non faceva per lui. Ancora oggi possiamo godere di alcuni particolari di questa complessa opera e dei suoi valori culturali, religiosi e simbolici. I frati domenicani consumavano i loro pasti proprio nel locale del dipinto murale; le vicine cucine e l’umidità costante del vapore contribuirono sempre, nel corso dei secoli, a deteriorare l’opera, che oggi è visitabile a piccoli gruppi esclusivamente su prenotazione. Nel dipinto del Refettorio di S. Maria delle Grazie di Milano primeggiano in fronte le piegature della tovaglia stesa sul tavolo. Grande realismo: una tela prima stirata con rulli metallici riscaldati e mangani. Gli esperti hanno contato nove piegature trasversali e diciassette longitudinali. Una tovaglia certamente piegata originariamente a fisarmonica, per avere piege così notevoli. Agli angoli inferiori la tovaglia è annodata con vinculum [lat.], dal verbo vincire (legare) e i nodi, a cui dedicò ampi studi grafici, sono la firma “Vinci” (paese d’origine dell’autore). La figura di Cristo ha le braccia allargate; intorno, pur a gruppetti, il movimento delle braccia degli apostoli è concitato. Parecchi studiosi stranieri, anche con un pizzico di acredine, scrivono che i commensali non potevano essere che italiani, per l’attitudine di gesticolare parlando, anche a tavola. Sopra alla tovaglia tredici bicchieri, tre vassoi, ventuno piatti, tre bottiglie, una saliera, delle arance, del pane, dei pesci, delle melagrane. Sono assenti le posate: soltanto Pietro impugna un coltello, in relazione a ciò che avviene durante l’arresto di Gesù nel giardino del Getsemani, come descritto in tutti e quattro i Vangeli. Pietro agisce d’impulso, ma viene fermato da Gesù, che guarisce miracolosamente il servo, in riferimento all’episodio che avvenne dopo la cena, al momento dell’arresto di Gesù, quando Pietro tagliò l’orecchio destro a Malco, servo del sommo sacerdote. Sul desco un piatto forte, l’anguilla, un pesce privo di organi sessuali e per questo consumabile anche durante i periodi di Quaresima. Proprio l’anguilla con melograno e arance era uno dei piatti rinascimentali prediletti dalla classe ecclesiastica e non. Il re d’Inghilterra Enrico I morì per indigestione d’anguille e il papa Martino IV, ghiotto di anguille, fu posto da Dante nel XXIV° canto del suo Purgatorio.

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